Te lo ricordi Archimede? Quello che diceva “datemi una leva e vi solleverò il mondo”?

Quel genio aveva intuito già 2500 anni fa che se utilizzi bene uno strumento semplice, come la leva, che altro non è che un’asta rigida, per reindirizzare delle forze, puoi ottenere una forza finale nettamente moltiplicata in grandezza rispetto alle forze iniziali.

Nella nostra vita sperimentiamo continuamente due leve fondamentali, che a loro volta sono riconducibili alle due paure ataviche e intrinseche nella natura umana: la Leva del dolore – riconducibile alla paura di morire
– e la Leva del piacere – riconducibile all’amore.

Le due leve vanno ENTRAMBE riconosciute ed utilizzate in modo equilibrato, ma oggi vorrei riflettere un minuto sulla leva del dolore, perché sicuramente può essere quella più impattante, a livello emotivo.
A questo proposito, quando a scuola ho studiato filosofia, sono rimasta particolarmente colpita dal Principio della Rana Bollita, di Noam Chomsky.

Lui ha utilizzato questa metafora a livello di collettività, per descrivere le Società che accettano passivamente degrado, vessazioni, scomparsa dei valori, ecc.
In realtà lo stesso principio è assolutamente applicabile al singolo individuo per descrivere la sua “adattabilità” al dolore, quando questo non è dirompente.

Il principio è molto semplice e utilizza la formula della favola per bambini: ❝Immagina un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita. Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa e sarebbe balzata subito fuori dal pentolone❞.

Il pericolo che questo accada, con il dolore, è molto concreto.

Quando ci troviamo di fronte a dolori che non sono di grande impatto, clamorosi, abbiamo la pericolosa tendenza ad abituarci, a “portare pazienza”, ad attendere che la cosa passi da sola, quando nella quasi totalità dei casi in realtà non passa, ma anzi peggiora.

E se anche passasse da sola, lo farebbe sicuramente in un tempo molto più lungo (e quindi pensaci, nel frattempo avrai accumulato tanto dolore inutile) di quanto non accadrebbe se prendessi tu in prima persona le redini di quella cosa e decidessi di utilizzare il dolore che stai provando come leva per CAMBIARE.

Per uscire da questo circolo vizioso, spesso, infatti, ci vuole solo il coraggio di dire “adesso basta”.
Basta ad una situazione lavorativa stagnante ed insoddisfacente, che limita la nostra realizzazione personale, basta alle relazioni che sono palesemente ad un vicolo cieco, basta alle abitudini ed atteggiamenti emotivi depotenzianti e vincolanti.

BASTA!

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